Il
signor Spuntini lasciò lo studio medico sbattendo
la porta: era terribilmente offeso. Il sanitario gli
aveva diagnosticato un’anurìa che, in
lingua italiana, significa “mancanza di coda”.
Il medico aveva “azzeccato” la diagnosi
però, a causa dell’errata accentazione,
aveva offeso il paziente che in fatto di lingua era
un “mostro”. Spuntini soffriva, infatti,
di “anùria”, cioè di una
passeggera mancanza di orina. Questo termine, come
la maggior parte dei vocaboli medici, proviene dal
greco ed è formato con il prefisso negativo
“a” (alfa privativo) e con il sostantivo
“ùresis” (orina), deve conservare,
quindi, la medesima accentazione della lingua di provenienza.
Da sottolineare, a questo proposito, il fatto che
il prefisso “a” dà alla parola
cui è anteposto un valore negativo senza, però,
affermare il contrario. Un uomo amorale, per tanto,
è un uomo “indifferente” alla morale;
un apolitico è un uomo che non si interessa
di politica, un “indifferente” alla politica.
Amovibile, invece, non è composto – come
molti erroneamente credono – con “a”
(alfa privativo), proviene dal latino “amovère”
e significa “che può essere rimosso”;
il suo contrario, per tanto, è “inamovibile”.
Si presti molta attenzione agli accenti, si eviterà,
così, di fare delle figure “caprine”
come il nostro amico medico.
Molte persone, tra le più acculturate, vanificano
anni e anni di studio perché i loro accenti
sono completamente errati. Alcuni, infatti, e tra
questi dobbiamo annoverare – nostro malgrado
– degli stimatissimi professori di scuola media
superiore, pronunciano “rùbrica”
e non – come si deve dire correttamente –
“rubrìca”, con l’accentazione
piana. Eppure dovrebbero sapere che questo termine,
con l’accentazione a tutti nota, ci è
giunto dal… latino. Deriva, infatti, dall’aggettivo
latino “ruber, rubri” (rosso). Ma cosa
c’entra il colore rosso con la “raccolta,
in ordine alfabetico, di indirizzi e numeri telefonici”
cui ci rimanda l’accezione attuale di rubrìca?
Vediamo. In origine la “rubrìca”,
anzi “terra rubrìca” (terra rossa),
era una varietà di argilla con la quale i nostri
antenati Latini preparavano una vernice destinata
a vari usi. In particolare era adoperata per tingere
di rosso l’asta di legno attorno alla quale
si avvolgeva il papiro o la pergamena per i “libri”.
Successivamente, con il trascorrere dei secoli, si
pensò di stampare in rosso (rubrìca)
alcune parti del libro a cui si voleva dare un’evidenza
particolare come, per esempio, le lettere iniziali
dei capitoli o intere frasi. Nei libri liturgici,
infatti, le norme che regolano le funzioni religiose
sono scritte in rosso per distinguerle rapidamente
dalle altre formule di preghiera, scritte in nero.
Donde il nome “rubricario”. Una volta
intrapresa questa strada il termine rubrìca
ha acquisito significati estensivi che con il colore
rosso non hanno nulla a che vedere.
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