Ancora
una volta, nostro malgrado, dobbiamo denunciare l’
“analfabetismo linguistico” della carta
stampata che ci propina strafalcioni a non finire.
Qualche giorno fa, un quotidiano nazionale che “fa
opinione”, e che non menzioniamo per carità
di patria, non ci ha smentito titolando, in una pagina
di cronaca, “E sfila la sosia dell’attrice”.
Dov’è lo strafalcione? si domanderanno
i così detti opinionisti e “gente di
cultura” che affollano le redazioni. Non occorre
che si affannino oltre misura, con il rischio di “spaccarsi”
le meningi: lo strafalcione – inammissibile
nei divulgatori di cultura quali sono gli operatori
dell’informazione – è quell’articolo
femminile “la” davanti a sosia. Questo
sostantivo è maschile e invariabile e tale
deve rimanere, anche se si riferisce a un femminile.
Il giornale, quindi, avrebbe dovuto titolare –
correttamente – “ E sfila il sosia dell’attrice”.
Se ci fosse una legge che punisce l’ “analfabetismo
linguistico” molti redattori o sedicenti tali
dovrebbero cambiare mestiere. Ma non divaghiamo e
torniamo al “sosia” in oggetto e vediamo
perché deve rimanere invariato. Diamo la parola
al compianto linguista Aldo Gabrielli, un “padre
della Lingua”, sicuramente più autorevole
dell’estensore di queste noterelle.
Dimenticavamo: se il redattore titolista avesse consultato
un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana
non sarebbe caduto in quell’orribile strafalcione;
evidentemente era sicuro del fatto suo, come tutti
coloro che si piccano di fare la lingua. Ma la lingua,
amici carissimi, è piena di trabocchetti e
sosia è uno di questi. E veniamo al Gabrielli.
“Quante volte ho sentito frasi come queste:
‘Anna è la sosia di sua madre’,
‘Quell’attrice non è certo la sosia
della Garbo’, parlando di due persone che si
somigliano come due gocce d’acqua o non si somigliano
affatto. E tutte le volte mi vien da dire: che erroraccio!
Erroraccio perché? Ma perché sosia è
un nome maschile, e maschio ha da restare, anche se
da nome proprio una trasformazione l’ha già
fatta diventando nome comune. Infatti questo Sosia,
per chi non lo ricordasse, è il nome del servo
di Anfitrione, nella famosa commedia di Plauto (…).
Nella commedia platina accade che un giorno Mercurio,
mandato sulla terra da Giove, assumesse l’identico
aspetto di Sosia, allo scopo di giocare alcune beffe
diciamo piccanti all’infelice Anfitrione. Questo
soggetto fu poi ripreso dal Molière nella commedia
intitolata appunto ‘Amphitryon’, e il
nome del servo, divenuto subito popolarissimo in Francia,
da proprio si trasformò in comune, venendo
a indicare persona somigliantissima a un’altra
al punto da essere scambiata con questa. Noi riprendemmo
il termine dal francese in questa accezione figurata
verso la metà dell’Ottocento. Ma sempre
come maschile, si capisce. Perciò dobbiamo
dire ‘il sosia’, nel plurale ‘i
sosia’, sia con riferimento a uomo sia con riferimento
a donna. Non possiamo dare a Sosia una sorella dello
stesso nome! Diremo quindi correttamente ‘Anna
è il sosia di sua madre’, ‘Quell’attrice
non è certo il sosia della Garbo’. Stona
quel maschile accostato a un femminile? Ma stona forse
dire ‘Anna è il ritratto, il doppione,
il modello, lo stampo di sua madre? (…)”.
A questo punto c’è qualche opinionista
disposto a contraddire le parole di un grande della
lingua? Se c’è si faccia avanti, ma deve
portare motivazioni convincenti e soprattutto logiche.
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