| Prima
di occuparci dell’uso corretto del pronome personale
“sé”, due parole due sull’origine
del verbo “appioppare” che, come tutti
sappiamo, significa “attribuire”, “dare”
e simili. Questo verbo, dunque, ci riporta all’antica
usanza del mondo contadino – tuttora “in
vigore” – di appoggiare le viti ai pioppi.
Si tratta, per tanto, di una delle tantissime metafore
(‘significato figurato’) tratte dall’esperienza
campestre ed entrate nell’uso comune con un
significato traslato che, evidentissimo al suo nascere,
oggi stentiamo a collegare all’agricoltura.
Chi appioppa una colpa a qualcuno, dunque, gliela
“appoggia” addosso come i contadini appoggiano
le viti ai pioppi.
E veniamo all’uso corretto del pronome “sé”.
Stabilito che questo pronome di terza persona (sia
singolare, sia plurale) deve essere sempre accentato
per non confondersi con la congiunzione “se”,
non si capisce perché alcune grammatiche sostengano
– e con esse alcuni (per non dire tutti) insegnanti
e “grandi firme” – la tesi secondo
la quale detto pronome quando è seguito da
stesso o medesimo debba perdere il segno grafico dell’accento.
Alcuni “sacri testi” grammaticali “consigliano”
addirittura – e la cosa ci sembra ridicola –
di accentare solamente le forme plurali (sé
stessi, sé stesse) per non confonderle con
la forma verbale del congiuntivo imperfetto del verbo
“stare”: è un comportamento ignobile
verso sé stessi; uscirei se stessi bene. No,
amici amanti della lingua, accentiamo il pronome sé
sempre, anche quando è seguito da stesso o
medesimo; omettere il segno grafico dell’accento
– saremmo tentati di sostenere a spada tratta
– è un’ “idiozia linguistica”,
un errore da fatidica matita blu, confortati in ciò
dalle parole del linguista Camilli (qualche “firma
illustre” si sente di mettere in discussione
l’autorevolezza dell’insigne filologo?):
“Stabilito infatti che il se pronome si distingue
dal se congiunzione per mezzo dell’accento,
è assurdo poi andare a cercare quando sia più
e quando meno riconoscibile per dare la stura alle
sottoregole e alle sottoeccezioni. E l’avere
stranamente scelto proprio quelle due combinazioni
(leggi: sé stesso; sé medesimo) e l’aver
lasciato con l’accento, per esempio, il sé
finale di frase, assolutamente inconfondibile con
la congiunzione, o locuzioni come ‘per sé
stante, di sé solo, a sé pare’
che si trovano nelle stesse condizioni di sé
stesso, testimonia solo la mania delle distinzioni
e suddistinzioni a vanvera di cui qualche volta soffrono
i grammatici”.
Scriviamo, dunque, sé stesso e sé medesimo
con tanto di accento corretto e pretendiamo, se abbiamo
l’opportunità di farlo, da coloro che
sono addetti alla “pubblica informazione”
di non lasciarsi influenzare dall’uso invalso
– non si sa bene quando (e da chi) – di
omettere il segno grafico che, oltre tutto, dà
un “tocco” ai nostri scritti.
Si badi piuttosto, questo sì, è importante,
ad adoperare il pronome sé solo se riferito
al soggetto della proposizione: la ferita si rimargina
da sé; il bambino, ormai, si veste da sé;
i grandi, alcune volte, hanno una falsa opinione di
sé. Quando il pronome sé – che
come abbiamo visto è riferibile tanto alle
persone quanto alle cose e può essere maschile
e femminile, singolare e plurale – non è
in rapporto con il soggetto deve essere sostituito
con “lui”, “lei”, “loro”
(raramente “essi” o “esse”):
la signora Matilde ha voluto portare con sé
tutto il denaro; diremo e scriveremo, invece, che
la signora Matilde ha voluto che i figli dessero tutto
il denaro a lei.
E a proposito di accento dovremmo scrivere “
quì ” e “quà ” (con
tanto di accento) perché una regola grammaticale
stabilisce l’obbligatorietà dell’accento
nei monosillabi in cui sono presenti due vocali di
cui la seconda tonica: ciò, già, più,
eccetera. Nel caso di “qui ” e di “qua
”, però, occorre ricordare che la vocale
“u” quando è preceduta dalla consonante
“q” fa da “serva” a quest’ultima;
non è considerata più una vocale ma
parte integrante della consonante “q”.
Avremo, quindi, “qui ” e “qua ”
senza accento perché i monosillabi composti
di una consonante e una vocale non richiedono mai
il predetto segno grafico: no, me, te, lo, qui, qua.
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