Mi
verrebbe da dire, parafrasando una celebre frase di
Wittgenstein, che la questione linguistica si compone
organicamente di problemi di linguaggio di molti altri
problemi; e questi ultimi sono i più importanti.
Non mi si fraintenda. E indubbio che le prime questioni
da chiarire in un preciso ambito di discussione sono
quelle intralinguistiche. Con particolare riferimento
al 'caso' Italia, è sacrosanto criticare la
crescente ignoranza della grammatica, della sintassi
e perfino dell'ortografia dell'italiano; l'abuso di
espressioni generiche e standardizzate; il più
generale abbassamento di un'adeguata competenza linguistica.
Ma, subito dopo, occorre allargare l'orizzonte psico-antropologico,
culturale e sociale del problema.
1 . Cominciamo con il renderci conto che l'odierna
crisi della lingua ut sic ha una dimensione
internazionale. In molti Paesi se ne discute da tempo,
con risultati che potrebbero insegnarci qualcosa dal
punto di vista dell'atteggiamento da assumere sul
rapporto lingua nazionale-lingue straniere, su quello
tra lingua 'ufficiale' e dialetti, sulla relazione
fra tradizione normativa e innovazione libertaria
nelle pratiche linguistiche. Un esempio: dal fallimento
di certi Governi francesi quando bocciavano il "franglais"
(il francese intrecciato con espressioni inglesi)
o proibivano (sic) l'uso di locuzioni straniere, noi
possiamo ricavare un'indicazione preziosa: la lingua,
e i parlanti, sono un organismo abbastanza potente
da farsi beffe di ordinanze burocratiche.
2. L'impetuosa espansione dell'inglese nel mondo,
aggiunto ad altri fenomeni che tralascio, dovrebbe
non di meno promuovere un certo ripensamento e tutela
degli idiomi nazionali. La lingua, infatti, non è
solo un mero veicolo di informazioni: è anche
la memoria collettiva di una storia spirituale e culturale
che sarebbe stolto spegnere. Si imparino, dunque l'inglese
e l'italiano. Non si trascurino neppure, in questa
prospettiva, le lingue delle minoranze linguistiche
e i cosidetti dialetti: i quali, specie in Italia,
sono una preziosa sorgente di espressioni linguistiche
che spesso dicono in modo ricco e difficilmente sostituibile
una parte del nostro essere.
3. Le battaglie che mi paiono più importanti
in Italia sono, da un lato, quelle a favore della
padronanza linguistica (ricordate il celebre testo
di Dario Fo dove si dice che una delle debolezze del
lavoratore sta nel conoscere un numero di parole infinitamente
minore di quelle del padrone?); dall'altro, quella
contro l'impoverimento e la banalizzazione della lingua.
Vari insegnanti denunciano il crescente numero di
strafalcioni commessi dagli allievi in sede orale
non meno che scritta. Le cause sono tante. Tra le
principali, la diminuita sensibilità linguistica
della Scuola, la diminuita pratica della lettura,
l'aumentata dipendenza da massmedia tendenzialmente
'analfabetizzanti'.
Per reagire occorre non solo stimolare gli studenti
di ogni ordine e grado a leggere, ma anche impegnarli
in un quotidiano esercizio di esposizione orale e
scritta del loro pensiero.
4. Tale impegno è tanto più importante
in quanto in molti giovani si nota quella che chiamerei
una tendenza 'autoriduttiva' e afasica nella pratica
comunicativa. Avete notato la crescente frammentarietà
e lacunosità dei loro discorsi? E avete notato
la frequenza della frase «non c'è problema»,
che spesso esprime non tanto l'assenza di problemi
quanto l'assenza della voglia di impegnarcisi e di
parlarne? L'impegno, e la parola, stancano. In America
si rilutta così tanto dalla fatica linguistica
che, oltre al classico «There is no problem»
l'altra e ancor più frequente locuzione è
«You see what I mean?». Una domanda alla
quale, quando insegnavo negli Stati Uniti, avrei voluto
rispondere «No. I don't». Giacché
in essa coglievo l'indisponibilità ad articolare,
ad argomentare di più un idea appena un po'
complessa.
5. Giornali, televisioni e sms telefonici tendono
ad abbreviare, semplificare, uniformare le pratiche
linguistiche. Nella Civiltà della Fretta e
della
Performance anche il linguaggio deve essere veloce
(dunque breve), comprensibile per tutti (dunque facile)
ed efficiente (dunque chiaro-univoco). Recentemente
nel commentare una mia conferenza, un giovane (universitario...)
mi ha consigliato di fare discorsi più «neutrali»,
in quanto i soli in grado raggiungere «il grosso»
degli ascoltatori. Terribile. Esaltare la «neutralità»
del dire significa privilegiare parole/concetti non
impegnativi, non coinvolgenti. E puntare ad acquisire
«il grosso» del pubblico, significa far
entrare il principio dell'audience televisiva nell'ambito
della comunicazione umana.
Sia come sia, l'ideale di una civiltà linguistica
fatta di sole parole «neutrali» - trasparenti,
dove ogni (talvolta difficile) comunicazione ha da
essere (facile) informazione, oltre che essere utopistico
appare un modo ben misero e riduttivo di vivere l'umano
nella sua complessità e poli-significanza.
Cerchiamo, in conclusione, di arricchire ('complicare')
sempre più la nostra lingua - e, insieme, di
propagarla proprio così, nella sua crescente
e metamorfica complicatezza (sempre più consonante,
in votis con la complessità della vita)
ai suoi più o meno alfabetizzati utenti.
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