| Con
parole “traditore” intendiamo quei vocaboli
che nel corso della lunga storia – molto spesso
avventurosa – assumono accezioni non solo diversissime,
ma addirittura opposte alla loro etimologia. Nel piluccare
qua e là nell’immensa foresta del vocabolario
della nostra lingua non ci proponiamo soltanto di
‘esaminare’ dei casi curiosi, ma anche
e soprattutto di trarne qualche insegnamento sul modo
in cui il nostro lessico funziona e si viene, via
via mutando.
Per dare subito un’idea di ciò che intendiamo
dire prendiamo, ad esempio, due vocaboli conosciutissimi
come ‘maestro’ e ‘ministro’:
stando all’etimologia il primo dovrebbe essere
di gran lunga più importante del secondo. Maestro
proviene, infatti, dal latino ‘magis’
(‘più’) e dovrebbe avere, quindi,
un’autorità superiore a quella del ministro
che viene anch’esso dal latino ‘minus’
ma col significato di ‘meno’ (‘inferiore’).
Accade, invece, l’opposto.
Ma vediamo di piluccare qua e là, per l’appunto,
cominciando col vedere quelle parole che i grammatici
definiscono “medie” o “indifferenti”.
Esempio tipico è quello di fortuna che nella
sua accezione primaria indica la “sorte”,
vale a dire “quello che capita”: una persona
che tenta la fortuna sa in partenza che questa potrà
esserle favorevole o avversa. Nell’uso comune,
però, con fortuna si intende, o meglio si pensa
esclusivamente alla sorte prospera. E solo a questa
ci riferiamo quando adoperiamo l’aggettivo fortunato.
Un viaggio, tuttavia, anziché fortunato può
essere fortunoso in quanto, come recitano i vocabolari,
presenta “molte vicende, soprattutto tempestose
e infelici”: è stato un periodo fortunoso.
Altre parole “medie” che con il tempo
hanno finito con l’orientarsi in un senso o
nell’altro sono successo, che ha preso un buon
significato e viceversa tempesta, che l’ha preso
cattivo. In questo caso, per rendersi conto dell’evoluzione,
è sufficiente confrontare un intervento “tempestivo”
con un intervento “tempestoso”. E che
dire dell’ ascensore che fa regolarmente una
corsa in salita (‘ascesa’) e una in discesa?
A rigore di termini si dovrebbe chiamare “ascensore-discensore”;
però essendo più utile per salire che
per scendere ha preso il nome dalla funzione predominante
che, ovviamente, ha sopraffatto l’altra. E il
significato di signore non si è modificato
fino a rovesciarsi? Signore – come tutti sappiamo
– viene dal latino ‘senior’ che
voleva dire ‘anziano’, ‘più
vecchio’. Il grande rispetto che un tempo si
aveva per gli anziani portò ad adoperare il
termine come un titolo onorifico, e pian piano il
vocabolo si estese a tutti coloro che avevano una
certa autorità, finché si finì
con il chiamare “signori” tutti quanti.
L’antico significato è talmente nascosto
che si può parlare benissimo di un “giovin
signore” e non si corre neanche il rischio di
offendere una bellissima ragazza chiamandola “signorina”
che, stando all’etimologia, appunto, significa
“vecchierella”. Ancora.
Prendiamo il verbo cacciare. Questo risale al latino
“capere” che valeva ‘catturare’,
‘prendere’; il verbo esprime lo “sforzo
di prendere” un animale per poi, naturalmente,
cibarsene. Di qui si sviluppa l’idea della fuga
e del conseguente inseguimento: l’animale ‘cacciato’
corre via quanto può. Il significato primario
del verbo, quindi, finisce con il rovesciarsi, perché
quando ‘cacciamo’ una persona dalla nostra
vita, lungi da noi l’idea di “sforzarci
di prenderla”; cerchiamo, al contrario, di levarcela
di torno.
In qualche caso, però, il rovesciamento di
significato delle parole è dovuto ai prefissi
o ai suffissi che contribuiscono alla loro formazione.
Il prefisso “in”, ad esempio, in lingua
italiana (come del resto in latino) può avere
un significato intensivo e un significato negativo:
il suffisso “in” di ‘incoraggiato’
è intensivo; quello di “inopportuno”,
viceversa, è negativo. In linea di massima
i due filoni sono paralleli, non si confondono. Vi
sono, però, le solite eccezioni che confermano
la regola.
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