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urli del professor Bissoni rimbombarono in tutti i
corridoi della scuola: il solito Carlino ne aveva
fatta un'altra delle sue. In una ricerca di storia
aveva scritto, affidandosi alla fantasia, che le nozze
morganatiche sono così chiamate dal nome della
fata Morgana perché si celebravano in un'isola
paradisiaca, sotto l'alto patrocinio, appunto, della
fata Morgana (mitica figura medievale). Sulle prime
il professore fu preda di uno scoppio di ilarità,
poi di un accesso di rabbia ripensando alle sue fatiche
che - per la mente di Carlino - erano andate sprecate;
infine ritornò in sé e pazientemente
riprese a spiegare.
Con il termine "morganatico" si indica,
innanzi tutto, il matrimonio contratto tra due aristocratici
di rango diverso: lo sposo dà alla consorte
non la mano destra, sibbene la sinistra; il coniuge
di rango "inferiore" non può assolutamente
partecipare agli onori dell'altro coniuge: i figli
nati da un matrimonio di questo tipo non possono succedere
nei titoli e nei diritti di quest'ultimo (nobile di
rango inferiore).
Tale termine deriva dal tedesco "morgen gabe"
(dono del mattino), divenuto in latino medievale "morganaticus".
Questo regalo era così chiamato perché
il mattino successivo alle nozze il marito - in presenza
di parenti ed amici - faceva alla moglie un "dono"
con il quale attestava l'onorabilità della
sposa. In caso contrario poteva essere ripudiata.
Con il trascorrere del tempo e soprattutto attraverso
il cristianesimo l'istituto si trasformò: aumentò
l'entità del "dono" che fu regolata
da un'apposita legge e infine scomparve perché
la Chiesa non ammette l'eventuale ripudio. Nell'età
moderna questo tipo di nozze - non menzionate nel
"Codex iuris canonici" - trovò applicazione
soltanto tra le famiglie regnanti. Da rilevare, ancora,
che prima della "scomparsa" di questa istituzione
il dono morganatico divenne una contropartita che
il marito offriva alla moglie di secondo letto e ai
suoi figli con il patto, però, che ad essi
non sarebbe spettato null'altro delle sue sostanze.
A questo punto, qualche ‘navigatore’ appassionato
di linguistica si domanderà perché abbiamo
scritto "urli" del professor Bissoni e non
"urla". Il plurale di urlo non è
- come molti credono - indifferentemente "urli"
o "urla". C'è una notevole differenza:
"urli" riferito agli animali e "urla"
riferito alle persone. Avremmo dovuto scrivere, quindi,
le "urla" del professore. La "legge"
grammaticale stabilisce, però, che il plurale
di urlo è "urli" se riferito a una
singola persona; "urla" se riferito a più
persone, cioè collettivamente. Diremo, per
tanto, "gli urli" di Giovanni e "le
urla" degli amici. Stesso discorso per quanto
attiene al plurale di grido: "i gridi" di
Giovanni, "le grida" dei fanciulli.
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