| Moltissime
persone, anche quelle “addette ai lavori”,
fanno una gran confusione tra il “capoverso”
e il “comma” con la complicità
– non si può sottacere – di buona
parte dei vocabolari che non brillano, certamente,
per chiarezza. La confusione, molto spesso, nasce
dal fatto – e anche questo non si può
sottacere – che, nell’uso comune, l’inizio
di un capitolo di un libro, di un articolo di giornale,
viene chiamato sia comma sia capoverso. No, i due
termini non sono per niente sinonimi e i vocabolari,
come dicevamo, non aiutano a capire. Ecco, infatti,
cosa scrivono due dizionari “di prestigio”
(che non citiamo per carità di patria) alla
voce “comma”: ciascuna delle parti in
cui è suddiviso un articolo di legge, corrispondente
a ciascun capoverso. Stando così le cose si
ha l’impressione, per l’appunto, che capoverso
e comma siano l’uno sinonimo dell’altro.
Nient’affatto, ripetiamo. L’unica “chiarezza”
viene dal vocabolario della “Treccani”:
ognuna (ma sarebbe meglio “ciascuna”,
ndr) delle suddivisioni di un articolo di legge, rappresentata
tipograficamente da un accapo, in modo che il primo
comma corrisponda al “principio”, il secondo
comma al primo capoverso e così via. Vediamo,
ora, cosa scrive lo stesso vocabolario alla voce “capoverso”:
nelle citazioni di leggi, regolamenti, contratti (…)
si chiamano primo, secondo, terzo capoverso e così
via le suddivisioni dell’articolo corrispondenti
rispettivamente al secondo, terzo, quarto comma, spettando
al primo comma il nome di “principio”.
Ed eccoci al dunque, gentili “navigatori”:
l’inizio di un articolo, erroneamente detto
primo capoverso, si chiama, in realtà, “principio”,
mentre il secondo capoverso è il… primo.
E sempre in tema di “confusione linguistica”,
vediamo l’uso corretto della preposizione impropria
“dietro”: dietro “a” o dietro
“il”? La suddetta preposizione, insomma,
si unisce direttamente al sostantivo tramite l’articolo
o si fa seguire dalla “a”? Dietro “la”
chiesa o dietro “alla” chiesa? Entrambi
i costrutti sono corretti, anche se quello “più
corretto” è il primo in quanto riflette
fedelmente la costruzione latina dalla quale la preposizione
“dietro” discende. Se vogliamo parlare
e scrivere in ottima lingua italiana diremo, per tanto,
dietro “la” casa, non dietro “alla”
casa. La legge grammaticale ci obbliga, invece, a
ricorrere alla preposizione “a” (semplice
o articolata, naturalmente) quando nella frase è
espresso un concetto (anche in senso figurato) di
moto a luogo: corre sempre dietro “alle”
fantasticherie; va sempre dietro “alla”
moda. La stessa legge linguistica ci impone di far
seguire “dietro” dalla preposizione ‘di’
(dietro di) quando nella proposizione è presente
un pronome personale e non sia espresso, però,
un concetto di moto a luogo: lasciò dietro
“di” sé una grande meraviglia;
dietro “di” noi si udivano le urla della
folla. Ma, attenzione: correva dietro “a”
lui cercando di non farsi notare. In questo caso adoperiamo
la preposizione “a” (non ‘di’)
in quanto nella frase su citata, pur essendoci un
pronome personale, è chiaramente espresso un
concetto di moto a luogo.
Con “dietro” si costruiscono inoltre –
e concludiamo questa “chiacchierata” –
numerose espressioni burocratiche che in buona lingua
italiana sono da evitare perché tremendamente
errate (con buona pace dei soliti soloni della lingua).
Non si dica, ad esempio, “dietro sua richiesta”
ma, correttamente, “a sua richiesta”;
non “dietro versamento”, ma “all’atto
del versamento”; non “dietro quanto è
stato detto”, ma “secondo quanto è
stato detto”; non “dietro il vostro interessamento”,
ma “per il vostro interessamento”. Potremmo
continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura.
Sta a voi, cortesi amici, seguire o no i nostri modestissimi
“consigli per la lingua”.
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