La
lingua italiana è vivissima, in continuo fermento,
alimentata com'è dalla globalizzazione che
impone nuovi vocaboli (o modifica il significato ad
altri) e da un localismo geloso della tradizione,
capace di sottrarre alla morte lessicale sia singole
parole che modi di dire. A mantenere in buona salute
l'italiano provvedono soprattutto i diecimila lemmi
che compongono il vocabolario più corrente
e comprensibile dalla maggioranza dei nostri connazionali,
vero garante della comunicazione tra generazioni.
Parte da questi tesi l'avventura linguistica dell'edizione
2004-2005 del dizionario Devoto-Oli edito da Le Monnier.
Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli sono ormai scomparsi
e così l'edizione è curata da Luca Serianni,
ordinario di Storia della lingua italiana a "La
Sapienza" di Roma e accademico dei Lincei e della
Crusca, e da Maurizio Trifone, professore di Lessicografia
e lessicologia italiana all'Università per
stranieri di Siena, esperto di linguaggi giovanili:
da oggi (la prima tappa sarà a Trieste) il
volume verrà presentato in otto città
italiane, volutamente non tra le più grandi,
proprio per sottolineare l'apporto di un territorio
che da secoli produce lingua. Qualche cifra: tremila
parole nuove, venticinquemila nuove accezioni, un
totale di centocinquantamila definizioni, i famosi
diecimila lemmi base segnalati con l'inchiostro azzurro
(3.190 pagine, completo di cd costa 68,50 euro).
Sgombriamo subito il campo da un luogo comune, cioè
che l'italiano ceda sempre più spazio alla
lingua anglo-americana: "La quota di anglicismi
è certo alta, crescente ma si limita a invadere
soprattutto certi settori. Molte espressioni sono
destinate a tramontare quando non si siano stabilmente
inserite nella lingua" assicura Luca Serianni.
Difficile immaginare un mondo televisivo quotidiano
senza gli atroci reality show. Impossibile
proporre una traduzione per work in progress.
In quanto al web e al mondo on-line,
si spedirà sicuramente una e-mail, solo
i più raffinati italofoli ostentano l'elegante
posta elettronica.
La globalizzazione dunque incide, ma solo in campi
ben precisi: E produce pure il sovrapporsi di nuovi
significati su parole che ne hanno da sempre altri.
In ufficio chi dice chiocciola indica sicuramente
il segno necessario a spedire e-mail. E così
sito e portale conducono le nuove generazioni
all'universo di Internet più che a un luogo
archeologico o a un ingresso di un'abbazia. Lo stesso
avviene con scaricare. Addirittura con scannare:
da una parte l'orrore di una morte sanguinolenta,
dall'altra la lettura con lo scanner. Identico fenomeno
produce processare che ormai indica anche l'elaborazione
di dati (dall'inglese to process). Commenta Serianni:
"Sono parole che derivano dall'inglese ma sono
italianizzate a tutti gli effetti, magari non sono
belle ma bisogna realisticamente abituarsi".
E mentre si celebra il funerale di neologismi prima
sfruttatissimi e poi defunti (chi usa più paninaro
dopo la fine degli anni 80? In quanti titoli compare
tangentaro dopo Mani pulite? In quanti incunaboli
contemporanei è rintracciabile matusa
dopo i primi anni 70?) resta durissimo lo zoccolo
di chi non rinuncia alle parole d'un tempo. Serianni
e Trifone si rallegrano scoprendo che carabattola
(masserizia di poco pregio), posapiano (pigrone),
ramerino (rosmarino in toscano) siano ancora
in circolazione, così come avviene con si
loca (si affitta) a Napoli.
Spiega di nuovo Serianni:"Qui possiamo immaginare
un discrimine legato all'età. Da una parte
chi ha più di 40-45 anni e usa quelle espressioni
perché le conosce e dall'altra i più
giovani. Prendiamo senza colpo ferire: i più
giovani sanno che lì ferire è
una forma arcaica che sta per battere. Lo stesso
succede per molti detti derivati dala civiltà
agraria: darsi la zappa sui piedi, menare il can
per l'aia, chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.
La differenza sta tra chi ha conosciuto quel mondo
e chi lo ignora". Poi c'è la politica,
come sempre sul banco degli imputati. Sostiene Luca
Serianni: "Gli uomini pubblici dovrebbero ritenere
l'uso del vocabolario fondamentale, quasi un dovere
sociale. Non immaginano neppure, come ha dimostrato
Tullio De Mauro, quanto sia vasta e addirittura maggioritaria
la fetta di italiani tagliata fuori dalla comprensione
di espressioni come ministero del Welfare,
question time in Parlamento e via dicendo".
Infine la scuola e l'università. Secondo lo
studioso dovrebbero favorire lo studio del vocabolario
e quindi la dilatazione delle capacità espressive
con vere e proprie lezioni di "traduzione"
delle parole più complesse: "L'ideale
sarebbe ricorrere a letture e a commenti scritti,
diciamo il metodo più tradizionale e consolidato.
Non dimentichiamoci che l'uso maturo di una lingua
facilita l'accesso ad altre conoscenze e lo stesso
studio di altri idiomi. E tra gli strumenti positivi
vedo anche il quotidiano in classe, ottimo veicolo
di lingua viva".
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