| Riteniamo
opportuno fare un po’ di chiarezza sui nomi
così detti di genere comune; quei nomi, cioè,
che hanno un’unica desinenza tanto per il maschile
quanto per il femminile. Come si riconosce, dunque,
il loro “sesso”? La “mascolinità”
o la “femminilità da cosa è data?
Il “sesso”, in questi casi, si riconosce
dall’articolo o dall’aggettivo che li
accompagna: ho conosciuto “tua” nipote;
è “un” cantante che va per la maggiore.
Nipote e cantante, come si vede chiaramente, hanno
la medesima desinenza sia per il maschile sia per
il femminile: abbiamo riconosciuto il loro “sesso”
dall’aggettivo e dall’articolo che li
precedono.
Appartengono, dunque, ai nomi di genere comune (vale
a dire sia maschile sia femminile):
a) tutti i participi presenti con valore di sostantivo
(il cantante, la cantante; il questuante, la questuante;
tra questi metteremmo anche lo studente e “la”
studente, anche se comunemente si preferisce –
con l’avallo dei “sacri testi” –
la forma “errata” studentessa; diciamo,
per caso, “cantantessa”?);
b) gran parte dei sostantivi in “e” (il
nipote, la nipote; il preside, la preside; il vigile,
la vigile (da evitare, in proposito, “vigilessa”:
non c’è alcun motivo orto-linguistico-grammaticale
che giustifichi tale ‘femminilizzazione’,
anche se comunemente in uso);
c) i sostantivi terminanti in –ista (il pianista,
la pianista; lo specialista, la specialista);
d) i sostantivi di origine greca in –iatra (il
pediatra, la pediatra; l’odontoiatra, la odontoiatra,
ma, attenzione “archiatro”, non archiatra,
derivando il termine da “iatròs”,
medico);
e) i sostantivi di provenienza latina terminanti in
–cida (il suicida, la suicida; il parricida,
la parricida);
f) alcuni sostantivi in –a, come il collega,
la collega, l’atleta, la atleta;
g) i nomi terminanti in “ante” cui, però,
non corrisponda una radice verbale, come, per esempio,
negoziante (che non viene dal verbo negoziare, ma
da negozio) e birbante (che non proviene dal verbo
“birbare” che è inesistente).
Per concludere due parole sul “parricida”.
Questo sostantivo – contrariamente a quanto
si pensi – si riferisce non solo a chi uccide
il proprio padre, ma anche a chi uccide un ascendente
o un discendente (un parente stretto): lo stesso padre
che uccide il figlio è un parricida.
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