Sabatini:
«A Bruxelles i nostri politici non difendono
il prestigio della lingua»
LA DENUNCIA Il presidente dell' Accademia della Crusca:
è un colpo di mano amministrativo, ci hanno
cancellato dalle conferenze dell' Unione
Il
sospetto è che il presidente dell' Unione Europea,
José Manuel Barroso, non ami l'Italia. La notizia
è che il suo portavoce-capo, la francese Françoise
Le Bail, ha cancellato la lingua italiana da tutte
le conferenze-stampa dei commissari, ad eccezione
di quelle che si tengono il mercoledì, unico
giorno in cui è garantita la traduzione delle
principali lingue dell'Ue. Dunque, l'italiano esce
dal gruppo ristretto delle lingue stabili dell' Unione,
al quale appartengono l' inglese, il francese e il
tedesco.
Quanto
basta per mandare su tutte le furie il presidente
dell'Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, il
quale alla difesa della nostra lingua anche nelle
sedi istituzionali si dedica anima e corpo da anni.
Professore, che significato ha questa decisione? «Se
è così, significa che il prestigio della
nostra lingua è molto diminuito. Fino a qualche
anno fa la conoscenza dell'italiano presso il pubblico
colto europeo era maggiore rispetto al tedesco e allo
spagnolo. Oggi purtroppo non è più così».
Che cos' è successo negli ultimi anni? «È
successo che il valore e l' importanza della nostra
lingua non sono stati abbastanza difesi nelle sedi
istituzionali». Dai politici? Dal governo? Dai
nostri rappresentanti in Europa? «I politici
non hanno fatto nulla per difendere in Europa il ruolo
dell'italiano. Il ministro competente è Gianfranco
Fini, il ministro degli Esteri. Vorrei chiedergli:
dov'è finito il nazionalista di An? Gli sbandieramenti
generici dell'italiano non bastano». Ma perché
l'italiano dovrebbe essere privilegiato rispetto alle
lingue degli altri Paesi: lo sloveno, il danese, il
portoghese, il ceco, l'ungherese, il finlandese eccetera?
«Intanto, l'italiano è la lingua di uno
dei paesi fondatori, il nostro Paese è stato
a lungo il più popoloso dell' Unione, e ora
si è fatto scippare la propria lingua come
nulla fosse... Fino a due o tre anni fa la nostra
lingua era affiancata al tedesco come lingua più
studiata fuori dal paese d' origine». Oggi la
popolazione europea che parla l'italiano come lingua
straniera è il 2 per cento, la metà
rispetto allo spagnolo. Dunque? «Un fatto del
genere lo fa regredire ancora di più. Io sostengo
questo: le lingue dell'Ue sono 20? Bene, manca una
politica ufficiale dell' Unione sul problema linguistico
complessivo e così si va avanti per vie di
fatto che sono dei colpi di mano amministrativi. Invece
bisognerebbe decidere una volta per tutte con un programma
definito democraticamente e insomma con una politica
linguistica vera e propria». Che non esiste?
«C'è una Federazione europea delle istituzioni
linguistiche, fondata a Stoccolma nel '93, che raccoglie
tutte le accademie scientifiche, come la Crusca. Questa
Federazione ha dichiarato la necessità di una
politica dell'Unione: si è parlato di possibili
compensi alle lingue che non vengono usate nelle istituzioni».
Che tipo di compensi? «Per esempio finanziare
l'insegnamento di queste lingue, sostenere le traduzioni
per questi paesi, eccetera. Insomma, intraprendere
tutta una serie di iniziative per aiutare quegli idiomi
che non godono del privilegio di un uso istituzionale
nei lavori dell'Unione. Se questo non si realizza,
è una violazione dei diritti della carta europea
dove si parla di pari dignità anche sul piano
linguistico». Ma non si può certo pretendere
che tutti i Paesi siano rappresentati con le loro
lingue in sala stampa. Non crede che sarebbe un po'
eccessivo? «È vero, se bisogna restringere
per motivi economici, è necessario mettere
in atto quei compensi di cui dicevo oppure stabilire
dei turni che favoriscano ora questa ora quella lingua.
Tanto ci sono sempre i traduttori. Queste però
non sono decisioni che spettano al direttore di un
ufficio ma al Parlamento». Questa decisione
sulla lingua italiana va di pari passo con la perdita
di prestigio politico del nostro Paese? Ha ragione
Chirac? «Indubbiamente sì. Il prestigio
di una lingua dipende dalla considerazione politica,
culturale ed economica del Paese. Se si elimina l'italiano
dai comunicati stampa, non è tanto per motivi
finanziari, ma è perché si vuole affermare
la superiorità di altri Paesi. La politica
linguistica ha conseguenze sui rapporti commerciali
e sul mondo produttivo: non è detto che un
mobiliere della Brianza abbia a disposizione un traduttore
per parlare con un'azienda tedesca...». Altre
conseguenze sul piano pratico? «Sul piano
pratico, questa decisione significa che la circolazione
di informazioni non avverrà più nella
nostra lingua, che l'insegnamento dell'italiano in
generale sarà indebolito e che i giornalisti
italiani nell'Unione saranno molto meno richiesti
rispetto a quelli tedeschi o francesi. Senza dire
che anche molti commissari avrebbero deciso di escludere
i portavoce italiani». L'Accademia della
Crusca ha già protestato in altre occasioni
per casi simili? «L'anno scorso protestammo
perché certi bandi di concorso europei non
nominavano l'italiano come lingua straniera da far
valere per essere assunti. Ricordo che in quell' occasione
mi mandarono il testo di un concorso scritto in un
italiano pieno di errori: su quel testo un candidato
italiano avrebbe dovuto svolgere la sua prova per
essere assunto come impiegato della Ue. Ciò
significa che i nostri candidati erano sfavoriti in
partenza e che nella commissione non c'era un solo
italiano... Allora, io sono d' accordo che chiunque
debba conoscere l'inglese, ma non è giusto
che si selezionino politici, funzionari e impiegati
sulla base dell' inglese». Ma non basta la presenza
di buoni traduttori per ogni lingua? «Si è
calcolato che i traduttori dell'Unione costano circa
due euro a ogni cittadino europeo. Allora io dico:
si finanzino traduttori in modo tale che l'italiano
venga tradotto in finlandese, in cipriota e domani
in turco e viceversa. Ma non si agisca sottobanco».
Questo modo di agire sottobanco è una novità?
«Un passo alla volta, è un fenomeno strisciante.
Ma la colpa tipica dei politici italiani, e non da
oggi, è trascurare la questione linguistica:
un po' perché sono assenti alle riunioni, un
po' perché sono incompetenti, un po' perché
la faccenda viene sottovalutata, e nessuno ne fa una
vera questione politica di principio». L'ELISEO
Ha ragione il presidente Chirac: il Belpaese ha perso
il suo peso politico e culturale LA FARNESINA Il ministro
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