Quella
sera Paolino era veramente stanco; aveva trascorso
una giornata stressante: prima dall’odontoiatra
per l’estrazione di un dente che impediva la
regolare crescita di quello vicino poi, nel tardo
pomeriggio, i compiti di scuola da consegnare il mattino
successivo. Doveva risolvere un problema la cui soluzione
lo aveva impegnato fino all’ora di cena.
Era veramente stanco, quella sera, e non riusciva
a prender sonno; la mamma, premurosa, come sempre,
gli si avvicinò e cominciò a raccontargli
una fiaba: “C’era un volta un bambino,
tanto piccino, con gli occhi azzurri e i capelli color
dell’oro… stretta è la foglia,
larga è la via, dite la vostra che io ho detto
la mia”. Il finale lasciò un po’
perplesso il fanciullo, che era molto intelligente:
quella frase gli sembrava senza senso.
In effetti, di primo acchito e per i non “addetti
ai lavori” la frase può sembrare sconclusionata,
ma così non è; c’è sempre
una spiegazione per tutte le cose e la… spiegazione
è molto semplice: si tratta di un errore di
trascrizione della parola “soglia”. Anticamente,
quando cominciò a “prender corpo”
il nostro idioma, la frase era “stretta è
la soglia, larga è la via…” Quest’espressione
si usava, anzi si usa, per mettere in evidenza il
fatto che la difficoltà maggiore sta nel cominciare
un racconto. La “soglia” è intesa,
infatti, come “porta d’ingresso”
di un discorso: la soglia è stretta, vale a
dire l’inizio è difficoltoso, ma una
volta superata la porta la via si presenta larga e
si può continuare con facilità. Il passaggio
da “soglia” a “foglia” derivò,
per l’appunto, da un errore di trascrizione:
fino a qualche secolo fa le consonanti “f”
e “s” si somigliavano graficamente, come
le vocali “i” e “u” tanto
è vero che l’usanza di mettere i puntini
sulle “i” per distinguerle dalle “u”
risale, se non cadiamo in errore, al Cinquecento.
Di qui nasce anche la locuzione “mettere i puntini
sulle i “, detto di persona che è eccessivamente
pignola o pedante.
Per la parte squisitamente linguistico-grammaticale
ci soffermeremo sull’uso corretto del verbo
“guardare” seguito da un sostantivo. E
ci spieghiamo meglio. Si deve dire “guardiacaccia”
o “guardacaccia”; “guardaspalle”
o “guardiaspalle” e simili? La “i”
nel centro della parola la mettiamo o no? La stampa,
in genere, dà entrambe le grafie e, come sempre
in fatto di lingua, sbaglia: la “i” va
omessa. E vediamo subito il perché. Si tratta
di parole composte di un verbo (guardare) e di un
sostantivo e non di due sostantivi (guardia e caccia,
ad esempio). Poiché la terza persona singolare
del presente indicativo del verbo “guardare”
è “guarda” (senza la “i”),
avremo guardacaccia, guardaspalle, guardafili, guardaboschi
e via dicendo. Diffidate, quindi, dei numerosi vocabolari
permissivi che ammettono entrambe le grafie (guardacaccia
e guardiacaccia). Fa eccezione “guardiamarina”,
cioè il più basso grado di ufficiale
nella marina militare, perché non ha nulla
in comune con il verbo “guardare” essendo
pari pari lo spagnolo ‘guardia marina’
trasportato in lingua italiana in grafia unita.
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