Perché
si dice...
...Ingoiare il manico della scopa. Quest'espressione
presenta due interpretazioni e, quindi, due significati.
Nel primo caso si dice di persona che per motivi di
salute è costretta a portare il busto con stecche
rigidissime mantenendo, per tanto, una posizione del
corpo ben eretta ma rigida. Nel secondo caso, ed è
quello in cui la locuzione è maggiormente adoperata,
si dice di persone superbe, "spocchiose",
che guardano il prossimo dall'alto in basso e con
aria di sufficienza. Quanto all'origine, ci sembra
intuitiva: in entrambi i casi la persona che cammina
così impettita dà l'impressione di non
potersi muovere perché, metaforicamente, ha
ingoiato il... manico della scopa.
Far venire i bordoni. Questo modo di dire,
per la verità, è ormai relegato nella
soffitta della lingua. Non sappiamo, infatti, quante
persone ancora l'adoperino e quante, di conseguenza,
la conoscano. Sappiamo con certezza, invece, che un
tempo la locuzione voleva dire - in senso figurato
- "far venire la pelle d'oca", "far
rabbrividire". I bordoni, in questo caso, non
sono le "canne musicali" che hanno dato
vita all'espressione "tenere bordone", vale
a dire assecondare qualcuno, ma i rimasugli delle
penne di un volatile le quali sono state spuntate
a fior di pelle. Il medesimo termine è adoperato
per indicare le nuove penne, quelle che stanno nascendo.
Conosciutissima, al contrario, e ancora in uso l'espressione
"far venire la pelle d'oca", detto di cose
che incutono paura, ribrezzo, orrore e che, come il
freddo e i brividi, possono provocare quella particolare
alterazione della pelle che diviene simile a quella
di un'oca appena spennata.
Stare a martello, vale a dire resistere alla
censura. L’espressione ci sembra non abbisognevole
di spiegazioni essendo di origine intuitiva: colui
che riesce a “sfuggire” alla censura vuol
dire che ha degli argomenti che non si “rompono”
– ovviamente in senso metaforico – sotto
i colpi del… martello. Il modo di dire vale
anche “corrispondere al vero”. In questo
caso la locuzione fa riferimento al cimento dell’argento:
quando non resiste ai colpi del martello vuol dire
che non è sincero… Di qui, per l’appunto,
l’uso figurato dell’espressione.
Raccogliere i broccoli. Questa locuzione pur
essendo – con molta probabilità –
sconosciuta ai più, è messa in pratica
da molte persone, soprattutto nei posti di lavoro.
Chi raccoglie i broccoli, dunque, naturalmente in
senso figurato? Colui che si diverte a divulgare pettegolezzi
e maldicenze nei confronti di tutti. L’espressione
sembra faccia riferimento ai discorsi delle massaie
le quali, quando vanno a “raccogliere i broccoli”,
cioè al mercato, si scambiano notizie e pettegolezzi
su tutto e per tutti. “Navigatori” carissimi,
quanti “raccoglitori di broccoli” vi è
capitato d’incontrare durante la vostra vita
lavorativa? Una calcolatrice, siamo sicuri, non basterebbe
per fare la conta.
Fare una cosa di soppiatto. Chi non conosce
quest’espressione che significa “agire
furtivamente, di nascosto”? Ciò che non
tutti sanno, forse, è il significato proprio
di “soppiatto”. Cos’è, dunque,
questo soppiatto? E’ un aggettivo che si adopera
esclusivamente nelle locuzioni simili: uscire di soppiatto;
entrare di soppiatto, ecc. e propriamente vale “appiattandosi”.
E’ composto con il prefisso “so(b)”
– che è il latino “sub” (sotto)
– e l’aggettivo “piatto” –
che è tratto dal latino medievale “plattus”
(‘largo’, ‘aperto’) –
quindi “schiacciato”. La persona che entra
di soppiatto, quindi, figuratamente si “appiattisce”,
si “schiaccia” per ridurre il volume e
non farsi notare…
Calma e gesso! Questo non è propriamente
un modo di dire ma un’esclamazione con la quale
si invita una persona a non prendere delle decisioni
affrettate delle quali, in futuro, potrebbe pentirsi;
ma, al contrario, valutare con la massima attenzione
una determinata situazione per affrontarla nel modo
migliore e, eventualmente, “goderne” i
benefici. Gli amici “navigatori”, appassionati
del gioco del biliardo, dovrebbero conoscerla provenendo
– la locuzione – dal su citato gioco.
Prima di un tiro ritenuto particolarmente difficile,
i giocatori esperti, i “professionisti”,
valùtano con la massima calma la posizione
delle biglie e strofinano con il gesso la punta della
stecca al fine di renderla “uniforme”
ed essere sicuri, quindi, di riuscire a ottenere il
tiro studiato attentamente.
Fare la manfrina. Il cavalier Stoppini, conosciuto
negli ambienti di lavoro come un uomo taciturno, discreto
e poco incline a manifestazioni “affettuose”
verso i suoi dipendenti, quella mattina smentì
sé stesso allorché si “sperticò”
nel tessere le lodi di un impiegato che – fino
al giorno prima – era stato considerato la “pecora
nera” dell’ufficio. Peppino – questo
il nome dell’impiegato divenuto improvvisamente
un modello da imitare – non credeva ai suoi
orecchi: la stanza dove lavorava – per anni
considerata la sua prigione – gli appariva una
regia e lo Stoppini (il suo “carceriere”)
il miglior uomo del mondo. Solo più tardi,
confidandosi con alcuni colleghi, si rese conto del
fatto che qualcosa non “quadrava”: la
“manfrina” del cavaliere era sincera o
nascondeva qualcosa? “Non fidarti, è
tutta una manfrina”, questa frase dei colleghi
gli rimbombava negli orecchi e lo rendeva nervoso.
Quante volte anche a voi, gentili Lettori, sarà
capitato di dover sopportare una persona che la “fa
lunga” o per un motivo o per un altro? Una persona,
insomma, che fa la “manfrina” come usa
dire correntemente. Questo modo di dire, “fare
la manfrina”, appunto, è un classico
idiotismo, vale a dire una frase dialettale “spurgata”
ed entrata a pieno titolo nel linguaggio nazionale.
E’, infatti, una “corruzione” del
dialetto piemontese di “Monferrina”, una
danza allegra e dai movimenti vivaci, di stile “villereccio”
e così chiamata perché un tempo era
in voga nel Monferrato ed entrata in società
all’inizio del diciannovesimo secolo quale contraddanza.
In senso figurato la manfrina è un discorso,
una chiacchierata noiosa e tirata per le lunghe: è
sempre la solita manfrina. O anche, sempre in senso
traslato, ossia figurato, una messinscena predisposta
al fine di ottenere qualcosa, di convincere o per
lo meno coinvolgere qualcuno e votarlo alla propria
causa: non fidarti è tutta una manfrina; non
mi incanta, conosco bene le sue manfrine! Non dargli
retta, sono solo manfrine.
Dar retta. La frase precedente ci ha richiamato
alla mente quest’altra espressione, “dar
retta”, che, come tutti sappiamo, significa
“prestare attenzione”, “badare”,
“porgere l’orecchio”. Per la spiegazione
ci affidiamo al linguista Ottorino Pianigiani: “E’
secondo lo Storm dal latino ‘dare arrectam’
(sottinteso aurem, dare aurem), prestare orecchio.
‘Arrectam’ è il participio passato
femminile di ‘ar-rigere’, dirigere, composto
della particella ‘ad’ (a) e ‘regere’
(dirigere). In Terenzio difatti si legge: ‘arrige
aures’, drizza l’orecchio, cioè
stai bene attento”.
Capitare,
venire a fagiolo. Questa locuzione, probabilmente
non molto conosciuta in alcune zone d’Italia
e di conseguenza poco adoperata, è di origine
sconosciuta. Si adopera, comunque, quando si vuole
mettere in evidenza un avvenimento, un fatto che giunge
a proposito e, quindi, molto gradito. Si dice, naturalmente,
anche di una persona: càpiti proprio a fagiolo;
la tua presenza è molto gradita e giungi nel
momento quanto mai opportuno. L’origine dell’espressione,
dicevamo, non è molto chiara, anzi sconosciuta.
La spiegazione che tenteremo di dare è, quindi,
una nostra personale ipotesi. Alcuni mobili sono detti
“a fagiolo” perché le curvature
ripetono le linee di un… fagiolo. Questi mobili,
per tanto, per la loro caratteristica possono entrare
negli angoli più disparati: c’entrano
proprio a fagiolo, cioè a proposito. In senso
figurato, quindi, la “locuzione aggettivale”
‘a fagiolo’ riferita alla mobilia è
stata “trasportata” nel mondo degli uomini
e degli avvenimenti con il significato di “gradito”,
“a proposito” e simili: Giovanni, in quell’occasione,
giunse proprio a fagiolo, cioè a proposito.
Dar
le mele a una persona. La locuzione che avete
appena letto – forse poco conosciuta –
si adopera allorché si vuol mettere bene in
evidenza il fatto che due persone se le sono date
di santa ragione e una, in particolare, è stata
picchiata con un bastone. L’origine è
tratta dal mondo contadino: il bastone, infatti, viene
adoperato per “picchiare” l’albero
allo scopo di far cadere le mele. A Roma, in particolare,
si usa quest’espressione, naturalmente in senso
metaforico, quando si “picchia” moralmente
una persona: in fatto di lingua tuo fratello ti dà
le mele, cioè ne sa più di te.
Prendere in castagna, vale a dire in errore.
La locuzione originaria era "prendere in marrone"
perché marrone, dal latino medievale 'marro,
marronis', significa errore. Il popolo, però,
ha confuso il marrone-errore con il marrone frutto
del castagno e ha detto "prendere in castagna".
Con il trascorrere del tempo la versione popolare
ha prevalso su quella dotta e si è affermata,
appunto, l'espressione "prendere in castagna".
Peggio il taccone del buco. Questo modo di
dire di tradizione prettamente popolare dovrebbe "esser
di casa" presso i veneti. Perché? E' presto
detto. La locuzione, intanto, è la variante
popolare del detto "il rimedio è peggiore
del male" che, ci sembra, non necessiti di alcuna
spiegazione. La variante, dunque, è il termine
"taccone", forma regionale veneta di "toppa"
vale a dire del pezzo di cuoio con il quale si ripara
(anzi: si riparava) un buco in una scarpa, con risultati
estetici veramente grossolani: il rimedio, quindi,
è peggiore del male, cioè del... buco.
Ti compra chi non ti conosce. L'origine di
questo modo di dire - dal significato intuitivo: ti
dà fiducia solo colui che non ti conosce -
si rifà ad una storiella popolare di autore
ignoto. Si racconta, dunque, di un certo villano,
Cuccumella, ingenuo e credulone, il quale un giorno
mentre attraversava un bosco in compagnia del suo
asino ebbe la sventura di imbattersi in due ladroni.
Questi sciolsero il somaro, poi, mentre il primo portava
via l'animale, l'altro si legò la corda al
collo e s'incamminò dietro a Cuccumella. Quando
il pover'uomo si voltò, non vedendo più
la sua bestia, chiese spiegazioni al furfante legato
con la capezza e si sentì rispondere che lui
era un ex galeotto appena uscito di galera. Per aver
commesso un reato gravissimo era stato condannato
ad incarnarsi in un somaro per un anno e un giorno.
"Carissimo Cuccumella", disse il furbo ladrone,
"proprio ora finisco di scontare la mia pena,
lasciami andare, ti scongiuro". L'ingenuo contadino
ebbe pietà e lasciò libero il lestofante.
Dopo qualche giorno Cuccumella si recò al mercato
del paese per acquistare un altro somaro e fra i moltissimi
asini "in mostra" riconobbe il proprio compagno
che gli era stato rubato. Convinto del fatto che si
trattasse della stessa persona caduta ancora una volta
nel peccato, si avvicinò all'orecchio del somaro
e sussurrò: "Ci sei caduto di nuovo! Hai
commesso qualche altro reato. Ti sta bene. La lezione
non ti è bastata? Ora stai fresco, perché
io non ti compro davvero. Tanto peggio per te! Ti
può comprare solo chi non ti conosce!".
Perdere il proprio latino, vale a dire gettar
via tempo e fatica. L'espressione fa riferimento ai
tempi in cui nei processi le arringhe si tenevano
in lingua latina, ritenuta indice di scienza e di
sapere. Il difensore che perorava una causa già
perduta in partenza riteneva, quindi, di avere sprecato
la sua scienza per nulla: aveva perso tempo e... fatica.
Non distinguere i bufali dalle oche. Il senso
di questo modo di dire ci sembra "lampante":
non vederci bene e, metaforicamente, non capire bene
le cose, non saper discernere per mancanza di intelligenza;
essere ignoranti o inesperti. Il significato "principe"
dell'espressione è però, potremmo dire,
"essere un ritardato mentale". La locuzione
nasce dal confronto dei due animali. Quindi...
Aver mangiato noci. Ecco uno dei tanti modi
di dire della nostra lingua poco conosciuto ma “molto”
adoperato da tutti coloro che nel corso della loro
vita – loro malgrado – hanno avuto a che
fare con i “mangiatori di noci” che, in
senso figurato, si dice di persone che sono sempre
mal disposte e di animo cattivo nei confronti di tutti
quelli che, al contrario, cercano di assecondarle
in tutto e per tutto. “Mangia noci”, insomma,
colui che parla sempre male di tutti. La locuzione
è chiaramente una metafora, vale a dire un
modo figurato: le noci – è noto a tutti
– fanno l’alito cattivo e di conseguenza
anche le… parole che escono dalla bocca di coloro
che le hanno mangiate. Il modo di dire, quindi, fuor
di metafora o di sarcasmo, significa “possedere
un animo cattivo” e “sparlare di qualcuno”.
Un bellissimo esempio di quest’espressione –
ripetiamo, poco conosciuta – si può leggere
nel Cecchi: “Be’ Crezia / Tu ti sei risentita
in mala tempra; / Oh sì, iersera tu mangiasti
noci / Che t’ànno fatto sì cattiva
lingua”.
…mangiar le noci col mallo. Sempre a
proposito di noci, ci piace ricordare quest’altra
locuzione, “mangiar le noci col mallo”,
riferita a una persona che dice male di un’altra
ancora più maldicente. Benedetto Varchi, nel
suo “Ercolano”, così spiega il
modo di dire (anche questo poco conosciuto, per la
verità): “Di coloro che hanno cattiva
lingua, e dicon male volentieri, si dice: ‘egli
ha mangiato noci’, benché il volgo dice
‘noce’; e ‘mangiar le noci col mallo’
(l’involucro della noce, della mandorla e di
frutti simili, ndr) si dice di quegli che dicon male
e cozzano con coloro i quali sanno dir male meglio
di essi, di maniera che non ne stanno in capitale,
anzi ne scapitano, e perdono in di grosso”.
(Essere) Roba da chiodi. L'origine di questa
locuzione che - secondo i casi - può significare
"roba di pessima qualità" oppure
la trattazione di argomenti strani o mai sentiti o,
più spesso, un'azione spregevole e quindi da
biasimare, non è chiara e certa mancando delle
testimonianze sicure cui riferirsi. Fra le moltissime
ipotesi, la più verosimile è che quest'espressione
vada intesa, letteralmente, come "roba da chiodi";
roba adatta, cioè, solo per ricavarne chiodi.
E' noto, infatti, che un tempo i fabbri adoperavano
gli avanzi di ferro, i residui di altre lavorazioni,
insomma materiale di scarto per fabbricare i chiodi
quando questi (i chiodi) venivano lavorati a mano.
In senso traslato, quindi, "roba da chiodi"
si riferisce a un comportamento non corretto, quasi
"spregevole" come lo era la materia di scarto
con cui erano fabbricati i chiodi. Interessante la
spiegazione che dà, invece, P.L. di Vassano
secondo il quale il modo di dire alluderebbe ad argomentazioni
insostenibili e inconcludenti; a ragionamenti che
non hanno né capo né coda e, quindi,
abbisognevoli di essere "rinforzati con chiodi"
perché possano... "reggere".
Avere il pallino (di una cosa). Molto spesso
sentiamo dire – o diciamo noi stessi –
che il tale ha il pallino di una determinata cosa:
che il vino, per esempio, sia sempre conservato in
damigiane di una certa misura. Si usa questa locuzione,
riferita a una persona che ha un “pallino”,
appunto, quando con il pensiero quella persona torna
sempre sullo stesso argomento. In altre parole quella
persona ha un’ “idea fissa”. Questo
modo di dire si può collegare – con molta
probabilità – al gioco delle bocce. Gli
amici “cibernauti”appassionati di questo
“sport” sanno benissimo che per avere
partita vinta il giocatore deve accostare la boccia
il più vicino possibile al “pallino”.
Di qui, per l’appunto, il significato di pallino
come “idea fissa” verso la quale converge
sempre la mente umana. Di significato affine l’espressione
“essere il chiodo fisso di qualcuno”,
vale a dire l’idea fissa attorno alla quale
convergono sempre i pensieri di una persona, come
il nottolino, cioè il perno che gira attorno
al chiodo, appunto.
Di punto in bianco. Quando si adopera quest’espressione
e perché? Si usa quando si vuole mettere in
evidenza un fatto accaduto improvvisamente senza avere
avuto il tempo di rendersi conto di quanto successo
e, di conseguenza, reagire.
L’espressione è tratta dal linguaggio
dell’artiglieria francese ed era adoperata per
mettere in rilievo il fatto che il pezzo d’artiglieria
– il cannone – veniva sparato con alzo
uguale a zero su un punto (but) segnato su un bersaglio
(bianco). Poiché l’indice del congegno
di puntamento non segnava alcun valore e il tiro era
possibile solo a distanza ravvicinata, il colpo aveva
il grosso vantaggio di essere improvviso e imprevedibile
visto che non richiedeva alcuna preparazione né
calcoli preliminari. In senso figurato, quindi, si
usa questa locuzione per indicare l’improvviso
svolgersi di un’azione o per mettere in evidenza
il comportamento tenuto da una persona la quale, durante
una discussione, demolisce le argomentazioni addotte
dal suo interlocutore, senza salvare nulla, “radendo”
tutto al suolo, insomma “sparando a zero”
su tutto e su tutti.
Con lo stesso significato si adopera l’espressione
“battere in breccia”, proveniente anch’essa
dal gergo militare: far convergere il fuoco dei vari
pezzi di artiglieria in un unico punto per aprire,
per l’appunto, una breccia.
Figuratamente, quindi, controbattere le argomentazioni
del proprio interlocutore senza dargli respiro, proprio
come si fa quando si apre una breccia.
Essere in bolletta. Per trovare la spiegazione
di questo modo di dire che – come tutti sanno
– significa versare in precarie condizioni economiche,
non avere una lira, anzi un euro, occorre prendere
il discorso alla lontana e soffermarci sull’ebollizione
dell’acqua. Dell’acqua? Ma cosa c’entra
l’acqua con i soldi? Lo vedremo subito. La bolletta,
in senso lato, è il diminutivo di bolla: quel
rigonfiamento che fa l’acqua quando… bolle.
Si chiamò, quindi, bolla (latino ‘bulla’)
qualsiasi cosa tondeggiante e rigonfia. Per la medesima
ragione si chiamò bolla il sigillo in ceralacca,
in modo particolare quello che i re e i papi applicavano
sui loro atti ufficiali: si ebbero, così, le
bolle imperiali, le bolle regie e quelle papali. In
seguito si chiamò bolletta (piccola bolla)
qualunque documento emanato dagli uffici pubblici:
bolletta del telefono, bolletta del gas, bolletta
della luce e via dicendo. E siamo così, giunti,
all’origine dell’espressione “essere
in bolletta”. Poiché anticamente c’era
l’usanza di esporre in pubblico la lista dei
nomi (bolletta, documento emanato da una pubblica
autorità) di coloro che erano falliti, in teoria,
quindi, privi di denaro, è nata la locuzione
“essere in bolletta”, essere cioè
sulla lista di coloro che per svariati motivi versano
in condizioni economiche disagiate.
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